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Gli affari del re dell’eolico I legami di Scinardo con Cosa nostra

** Articolo pubblicato su Livesicilia Catania il 18 aprile 2014 **

La copertina su Live Sicilia

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CATANIA – Dentro la famiglia mafiosa di Catania Vincenzo Aiello lo chiamava “il vaccaro tintu” (l’allevatore cattivo) forse per rimarcare le origini legate al mondo del bestiame sui monti Nebrodi. Il “vaccaro” è Mario Scinardo, allevatore e poi imprenditore originario di Capizzi (Me), che negli anni con le sue imprese aveva mostrato una spiccata abilità nel fiutare finanziamenti comunitari e progetti per la costruzione di parchi eolici nella Sicilia orientale. I suoi presunti rapporti con il mondo di Cosa Nostra sono emersi grazie alle operazioni “Icaro” e “Montagna”, condotte dal ROS di Messina. (Per dovere di cronaca il processo Montagna termina con una sentenza di assoluzione per Scinardo).

Il sodalizio, che emerge dalle due inchieste, è quello con la famiglia egemone dei Rampulla al cui vertice c’erano i fratelli Sebastiano e Pietro, quest’ultimo vicino a Nitto Santapaola e tristemente noto alle cronache giudiziarie per essere stato l’artificiere della strage di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti, Antonio Mortinaro, Vito Schifani e Rocco Di Cillo. Scinardo è attualmente imputato, nel processo “Iblis” e su di lui pende una richiesta di condanna a 15 anni di carcere.

Gli affari con il vento: La figura dell’imprenditore di Capizzi ruota principalmente attorno agli affari legati alle energie alternative. Parchi eolici, società di costruzioni e rapporti d’affari che sono ritenuti uno tra i principali canali d’investimento di Cosa Nostra. Un settore, quello del vento, che avrebbe portato Scinardo a bracetto con l’imprenditore di Alcamo Vito Nicastri, ritenuto dagli inquirenti il prestanome numero uno di Matteo Messina Denaro. Sulle colline di Mineo ad alzare le pale eoliche fu proprio la Eolo Costruzioni di Nicastri che a sua volta (secondo le ricostruzioni degli investigotori) subappaltò a Scinardo diversi lavori. Ad occuparsi del movimento terra invece, sarebbe stato un altro imprenditore coinvolto nell’inchiesta “Iblis”, Franco Costanzo, ritenuto il reggente della famiglia Santapaola a Palagonia. Discorso identico a Vizzini. A realizzare il parco eolico ci pensò l’imprenditore di Alcamo tramite la IDAS srl per poi passare alcune commissioni alla Euroagredil, società di Scinardo. Gli affari tra i due imprenditori non si sarebbero limitati, però, soltanto a cantieri e subappalti milionari. Nei primi anni duemila una società di Scinardo, la Callari srl venne venduta al prezzo di 4milioni di euro alla milanese Alerion passando prima però per la società lussemburghese Lunix riconducibile a Nicastri. Tra le clausole dell’accordo vi era l’obbligo per la Alerion di rispettare il contratto di appalto del valore di 900 mila euro già stipulato tra la stessa Callari e la Vento Sud di Nicastri.

L’autorizzazione ad operare in questo redditizio settore per Scinardo sarebbe arrivata dall’alto per mano dei capimafia di San Lorenzo, Sandro e Salvatore Lo Piccolo. Nel covo in cui i due nuovi vertici della cupola di Cosa Nostra vennero arrestati nel 2007 i militari trovarono un pizzino con cui avrebbero ordinato senza mezzi termini a Nicastri di proseguire nei lavori per i parchi eolici proprio con Scinardo, escludendo dai lavori i fratelli Saverino, imprenditori originari di Ramacca con interessi economici a Mineo. Quella del “vaccaro tintu” è stata una vera e propria scalata, tanto da consentirgli di accumulare un patrimonio complessivo, confiscato dalla DIA, di oltre 200 milioni di euro.

Durante l’indagine “Iblis” sarebbero emersi, secondo il Ros, anche gli stretti rapporti tra l’imprenditore messinese e i Santapaola-Ercolano di Catania. Dal reggente vittima della lupara bianca Angelo Santapaola fino a Vincenzo Aiello, capo provinciale di Cosa Nostra. Proprio in virtù di alcune intercettazioni telefoniche si sarebbe provato come in realtà Scinardo oltre a concludere affari con la mafia fosse sostanzialmente uno dei finanziatori della “bacinella”. Soldi che, precisano gli inquirenti, non ero affiancabili al semplice pagamento della cosiddetta “messa apposto” ma veri e propri utili degli investimenti della famiglia mafiosa nel settore dell’eolico.

In passato Scinardo avrebbe anche curato la latitanza all’interno di alcune masserie, tra Vizzini e Militello, dell’allora reggente Umberto Di Fazio, poi diventato collaboratore di giustizia e grande accusatore dell’imprenditore di Capizzi.

LA DIFESA: Mario Scinardo è difeso dagli avvocati Enzo Trantino e Carmelo Peluso che, contattati da LiveSiciliaCatania, in merito alla richiesta di pena avanzata dai Pm nel processo Iblis dichiarano: “Abbiamo scientificamente dimostrato l’attività di Scinardo e rassegnamo la nostra convinzione che il Tribunale di Catania saprà fare buon uso delle nostre ragioni forte della sua competenza e della riconosciuta indipendenza”. In pratica, secondo i legali, Scinardo sarebbe estraneo alle accuse della magistratura.

La lettera inviata da Scinardo dopo l’articolo

Dario De Luca

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Dario De Luca

Giornalista e reporter, vincitore del premio giornalistico "Maurizio Rampino 2014" categoria "inediti" e del premio "Mario Francese 2017"

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